Comune di Zovencedo

Storia del comune

Zovencedo tra cronaca e storia - a cura di Flavio Dalla Libera

 

La vita del paese dal 1948 al 1998 dagli articoli dei giornali e dai ricordi dei protagonisti
-------------- Estratto dal volume ----------------
L’ANTICO COMUNE DI ZOVENCEDO
Il territorio di Zovencedo apparteneva all’antica Corte di Barbarano donata al Vescovo di Vicenza nel secolo X dai re Ugo e Lotario di Provenza, che comprendeva “tutto il territorio, parte fertile pianura, parte montuoso e parte paludoso, che giaceva tra la Valle di Grancona e la Liona ad occidente, e i confini di Nanto e Vo presso gli Euganei a oriente”, di cui il Vescovo nel 1268 si proclamava “Re, Duce, Conte e Marchese”.
In questi luoghi il Vescovo esercitava, almeno in parte, i diritti di Signoria: amministrava la giustizia, imponeva una serie di tasse sui pascoli, sulla pesca, sulla caccia, nominava i saltari o guardie dei campi e i decani, riscuoteva i pegni, le multe, i dazi, le imposte, i pedaggi.
Al Vescovo spettavano per diritto di dominio le decime sui beni coltivati e su quelli inculti che per bonifiche venissero ridotti a coltura, detti perciò novali”, eccetto il quartese che era della chiesa locale.
La chiesa, il castello e la “domus Comunis” Il castello di Zovencedo viene nominato per la prima volta in un diploma imperiale rilasciato alla Chiesa vicentina nel 1158 da Federico Barbarossa e compare appunto tra i castelli riconosciuti di proprietà del Vescovo. Zuvencedo ricompare quindi in un documento del 1289 tratto dagli atti di un processo tra il Vescovo e il Comune svoltosi a Roma alla fine del 1200, in cui vengono descritti gli antichi diritti e giurisdizioni della Chiesa vicentina.
La parrocchia era probabilmente sorta da poco. Il clero infatti prima viveva in vita comune con il presbyter (o archipresbyter) della pieve di Barbarano ed era addetto al servizio di questa unica chiesa, a cui confluivano i fedeli dei paesi limitrofi. E nel 1187 nella casa dei Canonici di Santa Maria di Barbarano troviamo Presbitero Domenico Pedret (o Gedret) de Zovenzedo. Con l’abbandono della vita comune del clero, nei secoli XI e XII si formarono le prime parrocchie o “cappelle”, che progressivamente acquistarono una certa indipendenza dalla chiesa matrice più antica e vennero dotate dei rispettivi benefici parrocchiali smembrati dalla pieve. Tra gli obblighi rimasti: il sabato santo il parroco doveva andare a Barbarano alla benedizione del cero e a ricevere gli oli santi. Nel 1297 da papa Bonifacio VIII fu imposta nella Marca Trevigiana (che in quel tempo comprendeva anche il territorio vicentino) la decima su tutti i benefici ecclesiastici la cui rendita annua superasse la somma di sette libre. Nelle Rationes Decimarum dell’archivio vaticano compare l’Ecclesia de Zovencedo , ma il suo beneficio parrocchiale viene esentato da tale onere perché non raggiungeva la rendita minima richiesta.
Nel 1316 il castello doveva avere ancora una certa efficienza; è dello stesso anno, infatti, un atto di investitura col quale il vescovo Sperendio concedeva una domus cupata posita in castro penes portam castri Zovencedi (una casa con tetto di coppi posta nel castello, vicino alla porta del castello). In quel tempo dentro quel complesso si trovava anche la casa del Comune poiché un’altra investitura dice testualmente: unum sedimen cum muris, domo et teiete et curtivo in castro Zovencedi apud domum Comunis” (G.Mantese, 1981), e cioè: un sito con muraglie, casa, fienile e cortile nel castello di Zovencedo vicino alla casa del Comune.
Tra gli antichi Presbiteri o Parroci troviamo nel 1329 un certo Princivale, nel 1392 Rolando de Tergesto, nel 1418 Giovanni de Alemania (dalla Germania), nel 1425 Ornofio de Aquila. Anche la chiesa di San Gottardo, la cui devozione è certamente legata alle epidemie dell’epoca, è molto antica: nel 1422 un certo Nicolò fu Giacomo da Zovencedo nel suo testamento ordinava di essere sepolto vicino alla chiesa di San Gottardo de Cornucapra. Un altro testatario nel 1426 lasciava alcuni beni al parroco di Zovencedo a condizione che questo venisse periodicamente a celebrare una messa in quella chiesa. La vita del paese, almeno per certi aspetti, può essere ricostruita anche attraverso gli inventari di decime, i catastici dei beni parrocchiali, i libri dei battezzati (dal 1576), dei morti (dal 1644) e dei cresimati (dal 1685) e i rogiti dei notai che in passato hanno esercitato la loro professione a Zovencedo (Giacomo Cegan, Pre Gio.Antonio Olivieri, Vicenzo Oliviero, Pre Domenico Nogarolo, Giovanni Franceschini, Marco Gaspari, Marc’Antonio Gaspari), a San Gottardo (Pre Giulio Filippi) o nei paesi vicini. Da questi atti (compravendite, testamenti, divisioni, affitti) scopriamo quanto costava allora un campo, come veniva coltivato, quali erano le monete correnti e le misure, i nomi delle contrà, dei boschi e delle fontane.
Gli "uomini di governo" L’inventario dei beni che pagavano la decima alla chiesa, fatto nel 1526 mentre era Rettore Don Giovanni Antonio De Oliverio (e ricopiato nel 1667 dal Suddiacono Francesco Dalla Libera, su incarico e alla presenza del Parroco Don Ambrogio Cegani), descrive in latino 106 appezzamenti, la loro superficie, le località nelle quali sono situati, i proprietari e i decimandi (cioè coloro che pagano la decima). Nella premessa, inoltre, sono citati “gli uomini di governo” e i testimoni che furono presenti alla stesura dell’atto quel lunedì del 16 luglio 1526, “presso l’entrata e la porta del cortile della chiesa di San Nicolò di Zovencedo”: Martinus Tessarius (Sartore) q. Petri, decano Simon Murator (Muraro) q. Bartholamei, sindaco Franciscus Pecudarius (Pegoraro) de Lusiana, consigliere Ventura q. Antonij à Libra (Dalla Libera), consigliere Alexander Gobbus q.Antonij (Gobbo), consigliere Matteus q. Antonij à Planis (Dalle Piane), consigliere Bartholameus q. Pelegrini de Lancijs (dei Lanzi), consigliere Peregrinus q. Petri Goncij, testimone Jacobus q. Gontj, testimone Franciscus Furlanus (Furlan) q. Martini, testimone Angelus q. Antonij Gobbi (Gobbo), testimone Antonius de Lusiana q. Bartholamei, testimone Peregrinus q. Antonij Libera (Dalla Libera), testimone Dominicus q. Antonij Sutoris (Scarparo o Sartore), testimone Baptista de Gasparinis (Gasparini), testimone.
Nelle descrizioni dei terreni ci imbattiamo in toponimi che si sono conservati nei secoli fino ai giorni nostri: la Fontana, la strada delle Castegnare, il Corrubio, i Curioli, la Costa, le Conche, la Cazzola, le Spesse, il Braio, Calto, Gazzo, l’Arcaro, la Volta, la Val de Casara, i Costoli, la Val dei Galvani, Stodegarda, la Croce, le Fosse, l’Anzigna, Valfina, Val di Pave, i Morari, l’Albiolo, Fontana Piola …
E’ tutto un mondo che ritorna dal passato e che scorre dinanzi ai nostri occhi. Morti, pestilenze e “cholera morbus” Non mancano i ricordi delle terribili pestilenze del passato: un atto del 1631 ricorda una pezza di terra di campi due in contrà delle Castegnare che Agustin Dalla Libera “in tempo di peste mentre era nel leto infermo et ferito di mal contagioso” aveva lasciato alla Confraternita con testamento scritto a mano di D. Francesco Morato.
Un’altra pezza di terra in contrà del Moraro è lasciata alle Confraternite da Simon Gasparino q. Domenego con testamento 2 gennaio 1631, scritto da don Pietro Sartori Rettore “non potendosi haver nodari a causa del contagio”.
Altri parrocchiani muoiono per incidenti: un Batta Dalle Piane detto Ceccon da San Gottardo nel 1650 “morse improvisamente avvelenato da fonghi”; Giacomo di Bortolamio Dalle Brustolà di anni 22 fu ferito “d’archebugiata” e morì; Isabetta di Zuanne Della Libera nel 1658 “si annegò nella fontana che si lava”; Batta q. Gasparo Tapparo nel 1661 a 28 anni “morse ferito di stilitata” (per una pugnalata); Marco del q. Antonio Maran d’anni 70 “morse ferito da colpi d’una zappa sopra la testa” e Julio del q. Antonio Maran di anni 16 “morse da una cascata sotto un caro” (per una caduta finì sotto un carro).
Moltissime inoltre sono le morti di “andoleti” (angioletti), cioè di bambini appena nati. Il ricordo della pestilenza del 1855 era ancora vivo tra la gente nel 1912, quando don Antonio Tamerlini iniziò il Cronistorico. “Dall’8 luglio 1855 al 3 agosto morti di cholera morbus in numero di 35, oltre altri nove per altre malattie, totale morti nei suddetti 26 giorni n.44. La desolazione e la confusione, l’abbattimento, l’avvilimento e il terrore erano giunti a tal punto che coloro stessi che erano in piedi pareano privi di sensi, camminavano per le are silenziosi, sparuti e dominati da un interno raccapriccio e terrore. Sbandito ogni canto di allegria, ogni chiassoso conversare, appena s’avea fiato di raccontare a chi s’incontrava che era morto il tale e il tal altro, talchè qualche sera si contavano tre e anche quattro sepolti durante la giornata. Cominciò a mietere le vittime col giorno 8 luglio alle Costiere del Gazzo ove dopo tre giorni di sospensione , fino cioè all’11, estendendosi a tutte quelle contrade nei tre giorni 11, 13 e 14, ne morirono ben altri sei, dei quali tre nella sola famiglia Tapparo, che ebbe (per) prima la visita di un sì spaventoso cholera. Un’altra famiglia soggetta a pagare un sì crudo tributo fu quella di un tal Saggiorato Giovanni che ebbe a perire con le figlie e la moglie il 16 del suddetto mese. In tal giorno (il morbo) fece un salto sì spaventoso che terrorizzò tutto il paese giungendo alle contrade della Croce ove fece vittime una donna ammogliata ad un certo Gaspari Antonio ed in seguito altre due persone sane e robuste. Dalla Croce saltò a Calto, e qui altre tre vittime, al Castello altre due, al Corrubio una, due al Casino. Persone sane e robuste al mattino, alla sera erano cadaveri di morte che ben pochi avevano il coraggio di avvicinare per paura di prendere il male. In mezzo a tanto sgomento si pensò di ricorrere alla Madonna invocandone il di Lei patrocinio, poiché altro che Ella avea virtù di allontanare un tal flagello”. E per adempiere quel voto fatto dai nostri padri ogni anno nel mese di luglio viene portata in processione per la via principale del paese la statua della Madonna.
San Gottardo in “Cornu Capra” Scarsissime e incerte sono le notizie possedute su San Gottardo, frazione principale del Comune. San Gottardo, morto nel 1038, fu monaco benedettino e Vescovo di Ildesk in Baviera, grande taumaturgo e mirabile figura di riformatore e di civilizzatore. “Come mai fu dato il nome di questo santo tedesco a un colle berico? Molto probabilmente furono i Benedettini che, fin dal suo tempo, occupavano la Corte di San Vito di Brendola (e forse anche la Colombara, presso il Monte Mottolone, la quale serba ancora le tracce dell’antico convento) e sulle pendici beriche tracciavano le strade, abbattevano la selva e dissodavano la terra, facendo vivere in tutto il suo fulgore il programma di San Benedetto: Ora et labora. Più volte, attraversando gli amati colli, oltre che all’avo neolitico, pensai a questi lontani religiosi di cui calpestavo forse la polvere, ma di cui godevo certamente i frutti, e mi parve sentir risuonare tra un colpo di scure e un muggito di bove la loro parca loquela latina ovvero il fluir della preghiera, sgorgante da un rude barbarossa nel duro idioma teutonico… Sul monte bonificato dai monaci emigrarono nel secolo XII le prime famiglie stabili, provenienti da Marana di Crespadoro, per cui si chiamarono Marani. Le altre provennero tutte dai paesi vicini e costituirono le contrade attuali” (G. Perin, 1947).
L’origine della prima chiesa risale ai primi decenni del secolo XV ed è in relazione con i frequenti pellegrinaggi che i vicentini della città e del territorio solevano fare ai più celebri santuari italiani ed esteri per essere preservati dalle terribili pestilenze. Tra questi santuari, i documenti ricordano spesso la ecclesia S. Gotardi de Tridento. Nel suo testamento del 22 aprile 1422 un certo Nicolò fu Giacomo da Zovencedo ordinava di essere sepolto ad ecclesiam S. Gotadi de Cornucapra in pertinentiis de Zovencedo.
La chiesa era dunque già eretta nella contrà Cornucapra poi chiamata San Gottardo dal titolare della chiesa. Il 6 ottobre 1426 un altro testatore de Contracta Cornucapra lasciava alcune terre al parroco di Zovencedo a condizione però che ogni prima domenica del mese venisse celebrata una messa in San Gottardo.
La chiesa viene ricordata anche in un legato del 3 dicembre 1430: “Lego et dari jubeo de meis bonis unum doperium valoris trium librarum denariorum parvorum, et ponatur ad Ecclesiam Sancti Gottardi de Cornu capra”. Nel secolo XVI c’era già una cura d’anime stabile. Dal registro dei morti appare come Rettore nel 1609 il Padre Lunardo Lappo, nel 1680 è Curato Pompeo de Soghe, nel 1683 Don Gio. Batta Zanina, nel 1689 è chierico P. Giovanni di Carlo Maran, nel 1710 Don Giovanni Gaspari, nel 1725 Giacomuzzo, quindi Lorenzo di Grandi, Simon Mattiello, Zuane Salomon, Domenico di Girardo de Gaspari di Barbarano. Il 17 agosto 1749 fu seppellita in chiesa la salma del rev.do curato Gio:Maria Bertuzzi. All’inizio dell’Ottocento la contrada venne visitata anche dal P.Gaetano Maccà. “Si trovano tre cave di pietra tenera, ed altre scavate pel passato, ed ora abbandonate. Vi sono più sorgenti di acqua perfetta. Nella detta contrada di San Gottardo evvi una fontana abbondante di acqua, chiamata la fontana del Cengio, dalla quale ha il suo principio il fiume Liona”. La chiesa è situata “sopra un alto colle del monte, il qual sito porge una veduta assai estesa e piacevole. Questa chiesa è lontana dalla parrocchiale tre miglia, e viene ufficiata da un cappellano eletto dal suddetto rettore e dalle genti di quella contrada. Ha due soli altari. Nelle feste il detto cappellano insegna la dottrina cristiana e canta il vespero. Di più si seppelliscono anche ivi i morti, e ciò sino da tempi antichi”. Nel 1878 la chiesa ebbe il privilegio del fonte battesimale. Vi si conserva una pala d’altare in bassorilievo di O. Marinali, raffigurante l’apparizione della Vergine al Beato Simone Stoch. Il tabernacolo di stile barocco fu già della vecchia chiesa di Lapio, abbattuta nell’Ottocento, e collocato nel 1840 al posto del vecchio riutilizzato sull’altare di San Gottardo. Restaurata nel 1914, con decreto vescovile in data 31 gennaio 1939 fu eretta in parrocchia e staccata dalla matrice di Zovencedo. Due erano i campanili: l’uno abbastanza alto e bello fu innalzato per concorso di popolo l’anno 1832; l’altro fu eretto nel 1888 per la rimessa delle campane nuove e, se non avesse avuto i merli che lo facevano assomigliare a una torre, avrebbe fatto il paio col vecchio campanile di Zovencedo centro. Il piccolo cimitero si estendeva all’ombra della chiesa, come quello del capoluogo; e, come quello, in certi punti era pensile. Anche fuori del recinto non era difficile trovare resti di ossa umane esumate nel dissodamento degli appezzamenti circostanti. Nel 1962 venne abbattuta la vecchia chiesa (il cimitero era già stato trasferito), demoliti i campanili, e, quasi sulla stessa area, ne fu edificata una nuova a pianta poligonale, con un nuovo campanile.

LE CONFRATERNITE RELIGIOSE
Le confraternite religiose o cultuali, dette anche scuole, corporazioni o fraglie (dal latino fraternitas, schola, fratalia o fratalea), erano particolari congregazioni o associazioni di persone devote che si votavano al nome di qualche Santo patrono, alla Vergine o al Santissimo. Fiorite soprattutto nel medioevo, “si caratterizzavano per un accentuato interesse a sviluppare la devozione dei soci e la loro formazione spirituale prevalentemente con l’assiduità a certe manifestazioni di culto, accompagnate talora da espressioni di amicizia tra i soci e di solidarietà verso i bisognosi.
Spesso la loro costituzione era legata alla presenza e all’azione di religiosi residenti o di passaggio per la predicazione”. Origini e primi documenti I primi documenti in nostro possesso che ricordano le due confraternite di Zovencedo sono rispettivamente il testamento di Vendramin Paggiotto che in data 24 ottobre 1630 lascia alla Venerabile Confraternita del SS.mo Rosario “un annuo affitto di stara due di formento” e un testamento del 2 gennaio 1631 in cui Simon Gasparino q.m Bernardo lascia “per raggion di legato alla Venerabil Confraternità del Santiss.mo Rosario et del Santiss.mo Sacramento” una pezza di terra in contrà del Moraro. Questi atti provengono da un volume manoscritto in cui sono registrati “tutti li affittuali o conduttori quali pagano affitti alla Confraternità (...) lasciateli doppo la peste" nel periodo 1629-1742. Le confraternite avevano avuto un notevole impulso all’indomani del Concilio di Trento (1545-1563) dall’attività riformatrice dei vescovi Matteo (1565-1579) e Michele Priuli (1579-1603): quest’ultimo in particolare, impegnato a diffondere e a promuovere la devozione eucaristica, approvò molte confraternite del Corpo di Cristo; di tutte richiese la presentazione degli statuti (che dovevano essere approvati dal Vescovo) e la verifica del loro andamento (che i visitatori incaricati dal Vescovo dovevano controllare). La confraternita del Santissimo ricevette un ulteriore impulso con l’introduzione delle “Quaranta Ore di adorazione continua” in memoria del tempo trascorso da Cristo nel sepolcro (1586), con grande apparato di fiori, luminarie, processioni, camici rossi e baldacchini. Tra le confraternite post-tridentine in onore della Vergine quella che si diffuse maggiormente, favorita dal clima euforico suscitato dalla vittoria delle armi cristiane contro i Turchi a Lepanto nel 1571, fu la Confraternita del Rosario. La devozione alla Vergine si manifestava con processioni nelle feste mariane, con pellegrinaggi a Monte Berico (dove l’8 settembre veniva celebrata la Natività di Maria) o alla Madonna di Lonigo (il 25 marzo veniva festeggiata l’Annunciazione), e con la diffusione della recita del Rosario, pratica semplice e facilmente accessibile al popolo rurale. Anche a Zovencedo, sulla pala dell’altare della Madonna, vi sono i tradizionali tondi su cui sono stati dipinti i 15 misteri del Rosario, un Rosario figurato, per aiutare i fedeli alla recita. Nell’Historia della gloriosa imagine della Madonna di Lonigo, scritta dal monaco olivetano P. Gio. Domenico Bertani, viene narrata la grazia ricevuta da un certo Pietro da Zovencedo colpito da un fulmine. “L’istesso anno 1546 un Pietro da Zovencedo d’anni sessanta in circa, levandosi un giorno tempo molto brutto di tuoni e saette in modo che pareva il fine del mondo, si ridusse per paura verso un certo covalo di detta Villa di Zovenzeo, territorio vicentino. Fu percosso da una saetta nella cima del capo, e per il gran spavento restò per tre giorni come morto, e ciò vedendo la sua consorte ricorse alla Regina del Cielo, protettrice di detto sacro tempio, promettendo che ricuperata la pristina sanità di detto Pietro havesse da venir a visitarla. E così venne in persona, e portò un pezzo di creppa della sua testa del luogo ove hebbe la sopradetta percossa, ringraziando sempre la Maestà divina, che non manca di suffragio a chi con fede divotamente ricorre alla gloriosa Vergine, e portò detto pezzo di creppa adi 14 agosto dell’istesso anno, quale al presente si vede con l’inscrittione” (Miracolo XXIV). L’attività delle Confraternite nel 1700 Dall’esame di un manoscritto conservato nell’Archivio di Stato di Vicenza riusciamo a ricostruire l’attività delle Confraternite del SS.mo Sacramento e Sacro Rosario a Zovencedo sul finire del ‘700. Il 31 dicembre i confratelli, una cinquantina, si riunivano in chiesa in “capitolo” o in assemblea doppo il S: Vespero previo il solito aviso in chiesa alla prima Santa Messa per eleggere il nuovo “Massaro” o Amministratore, che restava in carica il triennio successivo. Per ogni candidato veniva effettuata una “ballottazione”, cioè uno scrutinio. I voti erano rappresentati dalle “balòte”, piccole palle di cenci o di terracotta che venivano poste in una cassetta di legno formata generalmente da tre differenti urne o “bossoli”: “l’Affermativo che dicevasi Bossolo de sì, ed era di color bianco; il Negativo colorito di verde, che dicevasi Bossolo de no, e l’Indifferente colorito di rosso, che dicevasi Bossolo non sincero, perché non affermava né rifiutava”. A Zovencedo, invece, non erano ammessi gli astenuti: vi era solo il bossolo bianco che dice sì e il bossolo rosso che dice no. Veniva eletto naturalmente chi nel bossolo bianco otteneva più voti. Il Massaro neo-eletto si sceglieva quindi due consiglieri o sottomassari. Ogni fine anno doveva presentare il rendiconto delle entrate e delle spese. Le entrate della Confraternita provenivano da una quindicina di livelli o affitti di terreni ricevuti in eredità o acquistati, da offerte raccolte nella “cassella” (cassetta) delle elemosine, dalla vendita di candele o “luminarie” il giorno della Ceriola. Il totale annuo delle entrate varia dai 505 troni del 1766 agli 890 del 1783. Tra le entrate figuravano anche beni in natura: olio (scosso da Fran.co Mattiello una libra e meza oglio e questo consumato à far ardere la lampada), frumento (scosso da Iseppo Sartori formento stara due e questo doperato a fare il pane per il giorno della Ceriola), bozzoli dei bachi da seta o “gallette”, ricevute in carità. Il principale impegno delle Confraternite consisteva nel diffondere la devozione alla Madonna e al Santissimo, e nel far celebrare messe in suffragio dei confratelli defunti. Nel 1802, per fare un esempio, vengono impegnati per questo scopo 293 troni o lire. Se consideriamo che l’offerta per una messa era di una lira e 10 soldi o marchetti, possiamo calcolare in 195 il numero delle messe celebrate. Le messe per i legati venivano celebrate la terza domenica del mese. Ogni prima domenica del mese veniva portata in processione la Madonna: “Pagati al Sig. D.o Fran.co Fontana provicario di detta chiesa per messe celebrate per legati à terze del mese e quatro tempori e per le dodeci procesioni delle prime del mese in tutto tr.125:14”. Il 2 febbraio veniva ricordata con particolare solennità la festa della Purificazione della Beata Vergine, meglio nota come festa della Ceriola o della Candelora, dalle candele che venivano offerte alla Madonna. Venivano accese le “luminarie”, veniva fatto il pane e acquistata cibaria per l’assistenza ocorente alli Massari. Grande festa anche per la solennità di Pentecoste o dello Spirito Santo: veniva portata in processione la Beata Vergine, e per quel giorno e per la domenica del Rosario (la prima di ottobre) veniva acquistata la polvere per i botti. Il Venerdì Santo veniva fatto il Sepolcro adorno di lumini. La Confraternita doveva anche provvedere all’acquisto dell’olio per le lampade, alla manutenzione e alla pulizia della chiesa, alle spese per il marangon o falegname e per il fabbro. A volte era necessaria una mua di canole di otton cioè un cambio di candelieri di ottone, oppure una pigiata da focho per il teribile cioè il turibolo dove arde l’incenso, poi bisognava governare l’ostensorio e il baldacchino delle processioni, acquistare due pari ampolinete da messa, un spositorio per portare il sacramento agli infermi, una catena per la lampada, un crocefisso o far dorare il calice. Nel 1792 vengono spesi ben 307 troni per l’acquisto di una lampada d’argento. Altre spese erano sostenute per l’acquisto di paramenti sacri e per la loro manutenzione: per stocare (inamidare) camisi, cotte e corporali, per scotadure de robbe per la chiesa, per cerada degli altari, per far lisiar e manganare le tovaglie degli altari (trattamento particolare di una tela per ammorbidirla e renderla liscia e lustra o amarezzata, cioè di colore variato come le onde del mare), per l’acquisto di una cendalina per la tovaglia dell’altare (fettuccia di seta finissima, larga una spanna). L’altare maggiore veniva adornato con garofoli di seta o con altri fiori, con palme (“palme chiamano que’ rami di fiori artificiali, di varia sorte, che intrecciati e disposti insieme si mettono ad ornamento degli altari”) acquistate dalle monache del Corpus Domini o di Santa Caterina e poste in vasi di legno, magari indorati. Vengono spesi più di 31 troni in tella per fare quatro camisi per quelli che portano il baldacchino, a cui se ne aggiungono altri 4 per la fattura. Un confalone per la Fraglia viene a costare tr.68. E poi occorre far colorir tre camici rossi che erano smariti di colore. Per un abito di drappo setta per far il paramento vengono spesi tr. 204, per fronde galon oro tr. 132 (il galon era una sorta di guarnizione d’oro o d’argento o di seta tessuta a guisa di nastro), e al sig. Alberto Franceschini sarte che ha cusitto il paramento vengono liquidati tr. 28. La Beata Vergine viene adornata con un abito nuovo da 194 troni, con un velo viola e con un fillo di 14 granate false. Viene fatta colorir braza 17 di tella rossa la qual fu fatta di carità per far una coperta alla carega della Madonna. Tra il 1791 e il 1794 si rinnova l’arredamento: vengono fatti un banco che ocore a cantar le Tanie davanti alla Beata Vergine, una cassa nova per mettere la cera, un nuovo armaro per conservar le palme et altra robba di chiesa, una scatola di fagaro provvista dal sig. Fiorindo per conservar i frutti di setta. Quando un debitore non pagava, bisognava ricorrere alla giustizia. E “per levar li benni à Mattio Lanzo livellario della Fraglia e investire Dom.co Negrin” vengono spesi 27 troni o lire. Altre spese riguardavano li decreti in cancelaria, i viaggi a Vicenza per difendere gli interessi delle fraglie, i pagamenti al sig.r Nodaro che fece il capitolo, al sig.r Procuratore per far causa a debitori, al Fante per l’intimazione de fitti, al sig.r Colombina per pagar le colte per conto della Fraglia, al Fante Altissimo per esecutione de sequestri per la sud.tta Decima. Vengono spesi troni 1:4 nella cancelaria del Vicariato per aver presentato il registro fraglia in ordine alle r.te lettere del S. E. Cap.o, troni 0,12 in una licenza per far capitolo, troni 17:10 in camera fiscale per residui decima, troni 2:8 per la liberation della sud.tta Decima in cancellaria Pref.a, troni 6:2 per atti forensi contro Jseppo Bonato q.m Pelegrin ed eredi Casalini, debbitori alle V:V: F:F: . Sulla gestione economica delle confraternite mostra un particolare interesse anche l’autorità politica della Serenissima. Un revisore controllava a Vicenza periodicamente i libri contabili della fraglia e inviava al Podestà Vice Capitanio il resoconto finanziario. “Rassegnati per parte del Massaro delle Scuole del Santissimo Sacramento e Sacro Rosario di Zovencedo li libri riguardanti il maneggio delle Scuole medesime”, il 20 agosto 1771 vengono contestate le entrate e le spese dal 1766 al 1770 “per errori di summa”, per livelli non riscossi, per spese fatte “senza alcuna parte della Scuola”, senza cioè delibera. Va meglio per i periodi successivi: la gestione economica viene approvata non essendovi corso alcun disordine. L’ultimo rendiconto delle entrate e delle spese è del 15 gennaio 1806, e si riferisce ai primi quindici giorni del mese. Soppressioni e confische napoleoniche Nel 1796 era sceso in Italia il corpo di spedizione francese guidato dal generale Bonaparte, a cui era seguito il passaggio continuo di truppe francesi e austriache nel territorio vicentino, senza che il governo della Repubblica Veneta potesse impedirlo. Il 27 aprile 1797 le truppe francesi erano entrate in Vicenza, precedute dalle nuove idee rivoluzionarie, ma a cui erano seguite ruberie, sequestri, requisizioni, violenze. Il Governo Provvisorio era durato fino al 19 gennaio 1798, data di ingresso degli Austriaci, ai quali con il trattato di Campoformio Napoleone aveva “venduto” il Veneto. Dopo alterne vicende, il 4 novembre 1805 i francesi erano rientrati a Vicenza, e la città era stata aggregata al Regno d’Italia. Con decreto del 26 maggio 1806 vennero soppresse tutte le “scuole” o “fraglie” e confiscati i loro patrimoni, ad eccezione della “scuola” del SS.mo Sacramento, a condizione che ne fosse assicurata la dipendenza dai parroci. Con i decreti 28 luglio 1806 e 25 aprile 1810 poi vennero soppressi dall’autorità napoleonica molti ordini religiosi e parrocchie. Le rimaste vennero riorganizzate, e lo Stato intervenne quando il “beneficio” risultava insufficiente al mantenimento del parroco. Le entrate erano amministrate dalla “Fabbriceria” i cui tre componenti erano scelti dal prefetto su una rosa di sei nomi fornita dal parroco. All’alba del 5 novembre 1813 gli austriaci rientrarono a Vicenza, dove resteranno praticamente fino al 13 luglio 1866, salvo una breve parentesi nel 1848: l’annessione del Veneto e di Vicenza al Regno d’Italia fu sancita dal plebiscito del 21 ottobre 1866. In seguito alla prima soppressione delle corporazioni religiose del 1806, i registri di Zovencedo e la relativa documentazione vennero prelevati dall’Archivio Parrocchiale. Ma il nuovo parroco Marc-Antonio Prosdocimi, che resterà in paese fino al 1836, non si diede per vinto. Riordinò le decime spettanti al Beneficio parrocchiale, cercando di risolvere le questioni insorte, definì i livelli della Mansioneria Collicelli a favore dei cappellani e predispose due nuovi volumi per la Scuola del SS.mo Sacramento. Nel primo, predisposto nel 1806, vi sono descritti dal nodaro Michel Ant.o Ferigato 24 livellari con i rispettivi legati, per un totale di 113 messe. Vi sono registrati fino al 1899 i contributi riscossi e le spese sostenute dai Fabbriceri, che periodicamente fanno celebrare dal parroco messe in suffragio dei soci. In particolare sono annotate diverse “giudiziali convenzioni” del 1820 relative al decennio precedente, durante il quale diversi pagamenti erano stati sospesi. Il secondo volume, predisposto dal Prosdocimi nel 1827, è un ulteriore tentativo di riordinare i livelli che ora sono amministrati dalla fabbriceria. Dalla premessa risulta che sono “state avvocate allo Stato e poste sotto l’Amministrazione del R. Demanio le rendite spettanti” alla confraternita del Santo Rosario. Nonostante la restaurazione austriaca le Confraternite lentamente ma inesorabilmente persero i beni e i livelli di cui beneficiavano. Di tutta questa attività resterà soltanto la devozione della gente che continuerà a manifestarsi esteriormente nelle processioni in onore della Madonna nelle feste Mariane, e nelle processioni con il SS.mo delle feste del Corpus Domini e di Pentecoste, accompagnate fino alla fine degli anni ’60 dai capàti, cioè dai membri della Confraternita vestiti con la “cappa”, una mantellina rosso-cardinale su un camice bianco, con al collo un cordoncino con la medaglia del SS.mo, che portavano la croce e i ceri (quelli che portavano il baldacchino avevano solo il camice bianco). Si radunavano per tempo in sacrestia con i loro fazzolettoni annodati negli angoli che contenevano i camici, dopo aver percorso sotto il sole chi la mulattiera degli Spiadi o del Braio, chi la strada polverosa delle Fosse, chi i sentieri che provenivano dai Gròti, fieri del loro servizio.

IL PAESAGGIO AGRARIO NEL DOPOGUERRA
Fino all’ultimo dopoguerra la maggior parte della popolazione si dedicava all’unica attività allora possibile: alla coltivazione della terra, integrata dall’allevamento di qualche capo di bestiame e dallo sfruttamento del bosco nel periodo invernale. Il contadino tradizionale era proprietario sia della casa di abitazione che dei pochi campi che coltivava, spesso divisi in minutissimi appezzamenti a causa della complessa morfologia del terreno e dei continui frazionamenti avvenuti in seguito a successioni ereditarie. Qualche contadino possedeva una “pezza” di terra nella fertile pianura di origine alluvionale che circonda i colli e penetra nelle vallate (piana di Brendola, di Fimon, di San Germano): il disagio per la distanza da casa era compensato da un sicuro raccolto non insidiato dalla siccità estiva di cui soffriva il “monte”. La fascia pedecollinare appena al di sopra della pianura (Calto, Piane, Gazzo) è formata da campicelli in lieve pendenza, che risalendo la china lasciano il posto alle rive sorrette da masiere o muretti di pietre a secco che caratterizzano il paesaggio dei Berici in generale. Sono il frutto di un duro e secolare lavoro di terrazzamento e di trasporto e sistemazione in loco di terreno portato a spalle, con il bigòlo e due grosse ceste, da località vicine, o estratto da “vene di terra” scoperte occasionalmente tra lo sterile, che venivano poi di nuovo riempite di pietrame. Le dorsali e i pendii più ripidi soggetti al dilavamento superficiale, erosi e con una copertura umica esigua, con spessori variabili da pochi centimetri a qualche decimetro, sono coperti da vegetazione arbustiva e da boschi cedui, che vengono tagliati ogni quindici, venti anni. In prossimità dell’ altopiano sommitale, infine, e all’interno della circonferenza stessa delle doline e delle depressioni carsiche che giacciono su queste spianate, ecco riapparire il paesaggio delle rive e delle masiere; particolarmente sfruttate le valli, cioè il fondo di queste doline, ricche di terra scivolata dai bordi, e fresche d’estate, e quindi più favorevoli alle coltivazioni. Non bisogna dimenticare infatti che questi terreni per le loro caratteristiche carsiche risentono particolarmente della carenza d’acqua. L’agricoltura L’uomo, a seconda dei tempi e delle necessità, si era formato una esperienza e una capacità di adattamento che gli aveva permesso di sfruttare al massimo le risorse dell’ambiente nell’equilibrio con la natura. Nell’ archivio parrocchiale abbiamo trovato alcuni documenti che indirettamente ci danno notizie sui prodotti coltivati in passato. In una distinta delle “pezze” di terra che pagano la decima a San Gottardo nel 1667 su 46 appezzamenti ben 27 sono piantà de viti et arbori, altri 4 piantà da nuovo, 10 di sorgo turco e uno di miglio: oltre il 60 per cento dei terreni quindi erano interessati alla coltivazione della vite (il frumento non viene citato forse perché già mietuto: il documento è del 17 luglio). Altrove si parla di prese de olivari alle Piane, alla Piazza, al Molinetto: in quelle stesse località ove attualmente è rimasta qualche pianta. La decima del beneficio parrocchiale raccolta nel 1839 ci aiuta a capire le produzioni di allora: “staja 60 di frumento, 80 di grano turco, 6,5 di olive, mastelli 40 di vino”. Ma già da allora si cominciò ad abbandonare il suolo e a lasciarlo incolto “non tornando conto” coltivarlo; una parte di esso poi nel 1880 rimase “totalmente denudato dalla terra, così che torna impossibile porlo in stato di coltivazione” anche a causa delle forti piogge di giugno, tanto che “in moltissime parti comparve la nuda pietra”. Venne lasciato in abbandono, a San Gottardo, il Cornu-capra “di campi 100, ove si raccoglieva buona quantità di uva, frumento e sorgo, ed in quest’anno (1880) che è dei migliori si raccoglie staja 1, uva k. 20; sorgo niente, e ciò perché quasi tutta quella località è scarso pascolo di animali…”. L’olivo era una pianta preziosa: nelle divisioni per eredità venivano contate le prese, che erano accatastate in modo autonomo, e non era raro il caso di qualche famiglia che possedeva magari una sola pianta di olivo senza terreno intorno. Un’altra produzione caratteristica che integrava in qualche modo il reddito era quella delle ciliegie e dei piselli (precoci quelli delle Piane), attualmente in stato di abbandono o limitata al consumo familiare. Negli anni ’50 e ’60, tra maggio e giugno, calavano dai colli donne e uomini con le ceste ricolme di ciliegie e con i sacchi di piselli, e si incontravano con i mediatori e i commercianti all’ingrosso a Calto, creando vivaci e pittoreschi mercati stagionali. I contratti venivano fatti all’osteria, e conclusi con una stretta di mano, davanti a una “sardèla” e ad un bicchiere di vino. L’allevamento del bestiame Ogni contadino che aveva un pezzo di terra aveva anche una stalla con almeno un paio di mucche. Le mucche, oltre che a dargli il vitello e il latte di ogni giorno, venivano utilizzate per il traino del carro e della barella, e perfino attaccate al giogo per arare i campi. Per i trasporti pesanti (carri di pietra tenera, di legna) e per l’aratura di campi più estesi o per conto terzi venivano usati i buoi. La stalla era il centro sociale della contra’: durante le lunghe e fredde serate invernali vi si riunivano i vicini per riscaldarsi (la legna mancava, o doveva essere venduta), per far filò: le donne per tessere e per ricamare la dote, gli uomini per fare qualche lavoretto o per giocare a carte. e naturalmente le stalle più frequentate erano quelle dove c’erano più ragazze da maritare. Le mucche in primavera venivano portate dai ragazzi a pascolare sui terreni abbandonati, sugli sterili o nei boschi comunali (il monte degli Spiadi, rifugio di tutti quelli che non avevano pascoli, era ridotto a una plaga di roccia e di piante spinose, le uniche che sopravvivevano): e chi non poteva permettersi una mucca, teneva qualche pecora o qualche capra, animali che contribuivano a spogliare il manto boschivo dei colli. Gli animali da cortile servivano alla padrona di casa per integrare la magra economia agricola: i polli e le galline venivano vendute al polastraro, che passava periodicamente con le sue gabbie di vimini (solo in caso di malattia, e su consiglio del medico, si sacrificava una gallina da brodo), mentre le uova servivano come denaro quando si andava in botéga per i pochi generi alimentari che bisognava acquistare: olio, sale, zucchero. In alcune case venivano allevate inoltre anatre (l’anatra veniva tradizionalmente mangiata nella festa del Rosario, la prima domenica di ottobre), tacchini, conigli (con la loro pelle venivano confezionati guanti, berretti e “colli”) e colombi (il brodo di colombo veniva dato agli ammalati e ai convalescenti). Anche il maiale, presenza insostituibile nel cortile del contadino, veniva allevato dalle donne, attente a non buttar via niente che potesse servire per la sua alimentazione. Lo si preferiva bello grasso (al contrario di adesso), perché il suo lardo era utilizzato come condimento. Le lugàneghe, i cotechini, le pancette, le sopresse, i salami erano la riserva alimentare cui attingere parsimoniosamente durante il lungo inverno. Quando veniva ucciso, si faceva una gran festa, e alla sena del mas-cio partecipavano tutti quelli che avevano prestato il loro aiuto per farlo su, ed erano invitati anche i parenti più stretti. Non mancava l’usanza di riservare la bresòla migliore al parroco, al dottore o a qualche altra autorità. Nel nostro territorio nei secoli passati veniva praticata anche la pastorizia, sia da persone del posto che da forestieri provenienti soprattutto dall’altopiano di Asiago. I documenti parlano di contratti “a sòccida” o “alla parte” (in cui uno affidava ad un altro il proprio bestiame al fine di ripartire prodotti e utili), di liti per pascoli, di onoranze, di permessi del messo vescovile, di minacce per gli abusivi e di pignoramenti per i danni che procuravano le bestie incustodite. Di questa attività resta un ricordo nel soprannome di “Pastore” che troviamo ancora in certe famiglie del luogo. Lo sfruttamento dei boschi Durante l’inverno, oltre ai lavori di manutenzione del terreno e degli attrezzi agricoli (ognuno cercava di imparare tutti i mestieri, e la mancanza di mezzi aguzzava l’ingegno), il contadino diventava boscaiolo, e si dedicava al taglio del bosco. Se il “monte” non era di sua proprietà, lo tagliava “alla parte”, e la percentuale che gli restava variava a seconda della comodità del trasporto e del tipo di legna. La parte più grossa veniva venduta ai commercianti della città o della campagna, mentre i rami meno consistenti, legati in fascine, venivano bruciati sui focolari delle cucine. I tronchi migliori, però, e specialmente quelli degli alberi da frutto, venivano conservati interi, e utilizzati come travi per le case o, segati e ridotti in assi, come legno per attrezzi e per mobili (armari de nogara, leti de saresara, tole de pomaro o de peraro, careghe de castegnara). La legna, ridotta in pali, veniva fatta scivolare a valle lungo i menaòri, ripidi canaloni a guscio che venivano mantenuti ripuliti dalla piante, oppure con rudimentali teleferiche a filo. Il lavoro nel bosco era molto pesante: si diceva che con la legna ci si scalda due volte: prima quando la si porta a spalle fuori del bosco, e poi quando la si brucia. E i pezzi più grossi o più storti bisognava infine s-ciaparli, ridurli in stele, con la mazza di legno e i cunei di ferro. Grandi carri di fascine e di spinaròi o fascine di spini venivano utilizzate dal fornaio di Calto. Per il riscaldamento dei refrattari del forno occorreva infatti una fiamma alta, anche se di breve durata, per cui era adatta questa legna minuta. Chi non aveva legna da tagliare, raccoglieva qualche pianta morta nei boschi comunali, o andava con il sacco e la menàra (piccola accetta) a bugòti, le ceppaie delle piante morte. Alla fine degli anni ’50, in seguito alla diffusione del riscaldamento a nafta o a gasolio, il mercato della legna entrò in crisi, e i boschi incominciarono ad essere abbandonati. I colli vennero lentamente ricoperti da una vegetazione rigogliosa, lasciata crescere spontanea un po’ ovunque. Estese boscaglie si sono infoltite, e le ceppaie sono cresciute fino a portare fusti arborei di notevoli dimensioni. Il contrasto tra lo sterile del passato e il bosco attuale lo notiamo immediatamente mettendo a confronto le vecchie fotografie degli anni ’40 e ’50 con le immagini attuali. Da qualche anno è ripreso il taglio dei boschi di carpini e roveri per ricavare legna da ardere; molte caldaie per riscaldamento sono state adattate per il funzionamento a legna, e molte famiglie hanno riacquistato la vecchia stufa a legna da usare nelle mezze stagioni. Rimangono parzialmente integri i boschi di castagno il cui mercato dei pali per vigneti è praticamente stato rimpiazzato da quello dei paletti di cemento. Le zone agricole marginali, specialmente quelle situate sui versanti più ripidi o lontane dalle abitazioni, sono state le prime ad essere abbandonate, e i terreni hanno assunto l'aspetto di vegri con rovi e altre specie arbustive che si raccordano al bosco circostante in certi casi senza apparente discontinuità, presentando un ricoprimento vegetazionale dei versanti continuo dalla sommità alla base. Un’altra attività del passato legata al bosco riguarda l’utilizzazione della legna per la produzione del carbone. Restano le tracce di tutto questo nei microtoponimi ara de carbon sugli Spiadi o da Marcòti. Anche le castagne, frutto del bosco, hanno offerto il loro contributo all’economia contadina. Oltre che ad essere consumate cotte in famiglia, venivano lessate e portate al mercato di Lonigo o nelle fiere dei paesi vicini. I marroni poi, più grossi e saporiti (pregiati quelli del Gazzo), venivano lasciati nel loro riccio, ammucchiati nelle rizhàre, coperti di foglie e di terra per mantenerli freschi e al buio, per poterli conservare più a lungo, fino alla fiera di Santa Caterina.

MONS. ERNESTO DALLA LIBERA, IL RIFORMATORE DELLA MUSICA SACRA
Nato a Zovencedo il 6 maggio 1884, visse i suoi 96 anni profondamente legato ai ricordi dell’infanzia, alla sua gente, alla terra natia.
Con compiacenza ricordava quanto il suo grande nipote Sandro, già concertista d’organo, studioso e docente al Conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia, amava dirsi nato a Calto, la contrada dei Dalla Libera. E lui stesso negli scritti, aggiungendo spesso alla firma “da Zovencedo”, descriveva con nostalgia “le vallette chiuse”, “i silenzi georgici, appena rotti dallo stormire delle fronde, dallo scricchiolìo dei magri ruscelli, dal gorgheggìo dell’usignolo, e, sì, anche dallo stridere delle cicale e dei grilli”, e ritornava alla sua fanciullezza, a quando, partendo dalla casa natale di Calto e arrampicandosi per la mulattiera sassosa degli Spiadi, frequentava la chiesa o la scuola del paese.
Le stesse immagini ritornarono ancora il 10 novembre 1968, nell’incontro affettuoso con la sua gente che ha voluto festeggiare il suo sessantennio sacerdotale con la “messa di diamante”. «Vorrei dir grazie anche alle rupi, ai boschi, ai sassi e ai magri ruscelli, ai venti gelidi e ai fiori della primavera di questa mia terra, che insieme con la vecchia scuola, e con questa chiesa, che ho visto nascere, e con i lunghi silenzi dove si sente Iddio, hanno formato la mia anima religiosa, insegnandomi con la Fede l’amore alla verità, alla sincerità, al lavoro e al sacrificio. Il pensiero corre allora ai genitori, al papà provvidente e alla mamma vigorosa, che hanno custodita la mia infanzia, e, insieme col Seminario (quanti volti di Superiori, insegnanti e compagni) hanno educato la mia giovinezza… Dai nostri genitori abbiamo appreso l’amore di Dio e del prossimo, l’onestà naturale e l’onore cristiano della vita: con i quali stimiamo di avere fatto onore anche al nostro paese.
Benché piccolo e povero non lo abbiamo mai dimenticato e tanto meno nascosto.
Scusate se ricordo qualche prova: per cantare la mia prima messa (1908) ho portato qui un Armonio del Seminario, e un coro di fanciulli del Patronato Leone XIII di Vicenza, dove ero stato allievo brevemente; ho diretto un piccolo coro del Seminario per l’ingresso di Don Antonio Tamerlini (1912) e per la prima Messa del nostro concittadino P.Cosma Sartori (1914). Nel frattempo la parrocchia era diventata autosufficiente per merito del M.o Zeffiro, dei Gaspari e del nostro D. Carlo, tanto da venire a restituirmi la visita cantando questa stessa Messa in Cattedrale la domenica 14 settembre del 1952». «Ho parlato poche volte con la mamma di Monsignore – ricorda il prof. Giovanni Mantese nella commemorazione del Dalla Libera tenuta ad un anno dalla scomparsa dell’insigne maestro, avvenuta a Vicenza il 13 giugno 1980 - ma l’impressione chiara riportata è che il carattere del figlio rispecchiasse quello della madre: carattere tenace e forte ma aperto, chiaro e sincero. E quando poi mi capitò di leggere negli atti notarili di Zovencedo i nomi di un Nicolaus q. Petri Libere de Zovencedo e di un Bonaventura q. Antonioli Libere de Zovencedo immaginai che il carattere dell’uomo che abbiamo conosciuto, stimato e amato, fosse antico di oltre quattro secoli.
La famiglia dei Dalla Libera o Della Libera, emana da un unico ceppo, ha un’unica origine databile con sicuri documenti». «Il Dalla Libera – scriveva egli stesso in quei suoi anni giovanili – di propria iniziativa (col permesso dei Superiori) e a proprie spese studiò pianoforte col M.o Antonio Cisco e organo e armonia col M.o Carlo Bortolan. Nel 1913 frequentò un corso di Canto Gregoriano presso i Benedettini di Parma e nel 1919 fu alla Scuola Superiore di Roma per prendersi un titolo accademico. Poi la sua vita fu travolta dall’attività dell’insegnamento in Seminario ritenuto il punto strategico della rieducazione liturgico-musicale nonché delle attività ceciliane». «Su questo uomo naturalmente ben dotato, ordinato nel suo lavoro, concreto nelle sue scelte e deciso nei suoi propositi - continua il Mantese - operò largamente la grazia divina. Ordinato sacerdote nel 1908 visse i lunghi anni del suo sacerdozio in un clima di fede viva, chiara, trasparente che forse non conobbe mai oscuramenti o crisi. “La fede ha generato e nutrito il suo canto – osservava il nostro Vescovo mons. Onisto – la sua fede ha trovato piena espressione nel canto”. L’abituale atteggiamento esteriore sempre uguale, semplice, chiaro e cordiale era, credo, l’espressione della sua vita interiore aliena da problemi angosciosi.
a a questo proposito gioverà ascoltare uno stralcio del citato discorso del 1968 alla sua gente di Zovencedo, cioè in uno dei ritorni al suo ambiente naturale nel quale egli si sentiva a tutto suo agio più vero e genuino. Dalle sue parole traspare lo spirito di fede che pervadeva e aveva sempre pervaso tutta la sua vita». «E’ ora – egli diceva – che leviamo lo sguardo più in su, cari amici, e più addentro nelle cose dello spirito. Sono stato battezzato nella vecchia chiesa e ho fatto la prima comunione in questa, nuova. Qui ho ricevuto la vocazione religiosa, custodita dai genitori, sacerdoti e maestri, alimentata dall’ambiente.
Ho ancora nel cuore il magnificat popolare dei giorni festivi della mia fanciullezza, voci gravi di uomini e voci fresche di fanciulle, tra nubi d’incenso, dorate dal sole cadente; ho nel cuore le ariose melodie delle litanie processionali, cantate su per le stradette, fra rupi e burroni, con l’abbandono alla fede più semplice e schietta, che ignorava i tormenti del mistero. E come ricordo la vigilia della mia prima Messa solenne, quando sono salito nella notte dalla mia valle, lungo il sentiero spinoso e sassoso, tante volte percorso per andare a scuola, accompagnato da un cugino che reggeva la lanterna, per essere pronto alla festa del mattino. E il risveglio allo scampanio del primo sole, tra il brusio della gente in festa, e la celebrazione vista e sofferta attraverso un velo di lagrime felici. Era una primavera, sì, della mia vita, ma, forse perché priva di mezzi materiali, era giovane anche tutta la società di allora… Dal vertice della mia età, richiamando alla memoria tanti particolari dell’avventura umana, ho visto che Iddio camminava al mio fianco, come quando, solo soletto, senza echi del mondo vivente, pescavo i gamberetti in fondo agli scaranti.
Ma questo capiterà anche a voi, quando il sentimento del divino, sopito nel cuore di ogni uomo, si risveglia, come alla vista della bellezza del creato, o nello smarrimento di una tragedia, che ci fa avvertire la nostra nullità, o nell’isolamento di una notte insonne. Allora sorge prepotente il bisogno di ringraziare Iddio, sempre presente, come faccio in questo momento, aiutato da voi». Ritornato in diocesi dopo la parentesi romana, divenne nel primo dopoguerra il riformatore della musica sacra nel quadro generale del rinnovamento pastorale promosso del vescovo Ferdinando Rodolfi (“una tempra d’uomo”) che, stonatissimo, “vuol però sentir cantare in chiesa pure le sedie”. Il popolo doveva cantare bene, attingendo dal patrimonio secolare della Chiesa, aggiungendo il tesoro di nuove composizioni eccellenti e comprendendo i testi mediante il libretto in mano e la traduzione dal latino, allora lingua obbligatoria. “Che il popolo canti” è la lettera pastorale del vescovo Rodolfi, che nel 1919 “ordina” a Dalla Libera una riforma della musica nella diocesi e gli chiede «una messa semplice, che per lui vuol dire con poche note - come confessa il musicista in una intervista a Candiolio nel 1976 -. E nel ’20, scegliendo dal Kyriale romano le parti più semplici, Dalla Libera consegna al suo vescovo la Messa Breve diffusa anche oggi in tutto il mondo cattolico».Dalla collaborazione tra i due grandi «iniziò quella resurrezione-liberazione che vide finalmente il canto liturgico scrollarsi le incrostazioni laiche e profane della musica e dello stile operistico che purtroppo avevano invaso le navate delle chiese e offuscato cultura e buon gusto del clero e della gente», scrive Adriano Toniolo nel 1993. Nel 1923 mons. Dalla Libera preparò a Vicenza, divenuta ormai un centro di rinnovamento e di stimolo, il tredicesimo congresso nazionale dell’Associazione Italiana di S. Cecilia (ne era stato uno dei fondatori, nel 1908), che diede l’avvio a quella splendida stagione vicentina che proseguì anche dopo il 1935, anno del trasferimento a Roma della sede dell’Associazione. Mons. Dalla Libera fu il vero animatore e il deciso organizzatore del movimento, del cui spirito permeò tutta la vasta organizzazione delle forze cattoliche. All’attività di insegnante di canto e direttore della schola cantorum del seminario dal 1908 sino al 1968, un sessantennio durante il quale il seminario di Vicenza assunse nell’insegnamento della musica sacra un ruolo preminente in campo nazionale, si può unire anche quella di compositore di musica oltre che autore di scritti su libri, riviste e periodici in cui la sua voce esperta e appassionata puntualizzò i più importanti problemi connessi al rinnovamento della musica. E anche dopo la seconda guerra mondiale, egli non rallentò la sua infaticabile attività e il suo nome riprese un posto di primo piano come delegato regionale dell’A.I.S.C. per l’Italia settentrionale. L’adunanza della Commissione diocesana di Musica sacra del 1946 riaccese l’antica fiamma ceciliana: alle parrocchie, in seguito al progressivo ritiro del seminario dal servizio musicale della cattedrale, fu affidato il compito di prestar servizio regolarmente, con calendario fisso, in tutte le domeniche "ordinarie" per la cosiddetta “messa capitolare”. L’iniziativa – da lui inventata e voluta - è stata un veicolo con il quale la cultura corale e liturgica è diventata patrimonio del popolo, dalle comunità più prorompenti a quelle microscopiche. E settimana dopo settimana, su “La Voce dei Berici” pubblicò i suoi “diari della Cattedrale”, che commentavano con burbera comprensione il servizio corale prestato, con riferimenti di storia locale, con ricordi personali e con cenni alle sue battaglie riformatrici. Il dopoguerra conobbe una nuova generale decadenza della musica sacra in Italia. I forti richiami del Bollettino Ceciliano ad una più adeguata preparazione nei seminari e le Lettere dai Seminari con le risposte dello “Zio prete” valevano anche per quello di Vicenza. Avanzava “l’infantilismo della nuova neniosa produzione” musicale. Ma ciò che più amareggiò il suo animo fu la riforma liturgica che egli in tono dolcemente ameno ma anche nobilmente graffiante diceva fatta “dai cerimonieri”. “Avevamo lavorato insieme per tanti anni – si confidava a proposito dei liturgisti – e avevamo compiuto un buon cammino”. «Ma ormai il suo lungo discorso era proprio finito. Si rese conto che non aveva più nulla da dire in un ambiente in rapida evoluzione, insensibile o quasi verso le idee e i principi per i quali lui aveva tanto lavorato e sofferto. Nella sua saggezza scelse la soluzione del silenzio. Al Concilio egli si sottomise con spirito di obbedienza. Quello che non seppe e non volle accettare furono le deviazioni del post-concilio in materia di canto sacro e di liturgia». «A Vicenza la Scuola ceciliana torna nel settembre 1974 a celebrare il congresso straordinario della restaurazione gregoriana, per tentare almeno di cacciare dal tempio i mercanti della chitarra (è ancora l’intervista di Candiolio)... e arriva a cantare un Gloria in italiano! Venuta a Vicenza ad onorare i novant’anni del suo grande protagonista Ernesto Dalla Libera, l’Associazione Italiana di S. Cecilia gli infligge quasi l’ultima definitiva delusione. “Ma il gregoriano ritornerà. Quando i figli prodighi saranno stufi delle ghiande – scrive -, ripenseranno alla casa del Padre, e dai fiumi di Babilonia risentiranno i canti della vera patria”. Per lui il latino è esorcismo contro il demonio. Abolirlo è opera satanica, “come mettere le braghe ai preti”. Il grande riformatore si ritrova, dopo mezzo secolo, restauratore: càpita a chi vive novant’anni e, di questi tempi, anche più in fretta». «Lo rivedo nella sua casetta (la capanna dello zio Tom, come lui la denominava) – ricorda mons. Mario Saccardo – al pianoforte, a inseguire nuove idee musicali o ad armonizzare una melodia; oppure sulla vecchia poltrona, a stendere senza pentimenti i diari sul servizio di canto svolto dalla Schola Cantorum del Seminario e dai cori parrocchiali nella Cattedrale. Sapeva di scrivere bene e si compiaceva che glielo si dicesse. Con poche e saporose battute dipingeva persone e situazioni. Della penna fece pertanto largo uso per diffondere e incrementare l’amore alla liturgia e alla musica sacra… Lo rivedo all’età di novantacinque anni quando coltivava nel cuore una segreta speranza: toccare il secolo. Non era speranza utopica, perché a quell’età lo stato della salute si mostrava prodigiosamente buono, accompagnato da invidiabile lucidità di mente e da memoria tenace. Poi, negli ultimi mesi di vita, il declino delle forze fisiche ma non di quelle psichiche, rimaste sempre intatte. Il 13 giugno 1980, la morte. La diocesi di Vicenza perdeva così uno dei suoi grandi, uno che contribuì a farne la storia».

ROSINA BONATO, L’ULTIMA “STRIA”
Rosa Bonato era nata a Zovencedo il 26 settembre 1880 da Carlo e da Ganossin Maria. Coniugata dal 1907 con Giulio Donatello, rimase vedova nel 1941. Morì all’ospedale di Lonigo nel 1965.
La “stria de Zovencedo” o la “Fuìna” abitava in una casupola vicino al castello, e qui Giuseppe Perin alla fine degli anni quaranta la intervistò e riuscì a farsi dare un “striosso”, che si presentava come un ammasso intricato di piume di gallina, non prima di aver promesso solennemente di trattarlo con rispetto per non essere colpito dai terribili malefìci.
Era conosciuta in tutto il basso Vicentino, in quanto, oltre che a liberare dal malocchio, preparava anche strane pozioni miracolose a base di erbe contro ogni sorta di mali Ecco come la ricorda Gianna Gaspari, detta Giannina, che ebbe modo di conoscere bene la Rosina, assidua frequentatrice dell’osteria “da Morejeta”. Il suo nome era Bonato Rosina, ma a Zovencedo e altrove la conoscevano tutti per la Checchina, o per la Fuìna perché aveva sposato Giulio Fuìn, un onesto e laborioso contadino, nonché mercante di capretti e agnelli. Checchina, o Fuìna.
Non gradiva molto questi soprannomi, che finivano con l’essere diminutivi del nome, ma anche, come temeva, del suo prestigio. Ribadiva spesso le sue generalità: “Bonato Rosina (proprio così: prima il cognome, dopo il nome), figlia di una maestra”.
Affermava di aver frequentato la scuola fino alla terza elementare e, a prova della sua istruzione, chiedeva carta e penna, controllava l’efficienza del pennino, e con visibile orgoglio stilava la sua firma in perfetto stampatello minuscolo.
A parole e a fatti testimoniava anche la sua creanza: “Mani alla bocca, parlare quando tocca; e mai sgarbato, parlare quando sei interrogato”. Credo che nessuno conoscesse la sua età; se ci si azzardava di porle la classica domanda indiscreta, lei assumeva un’aria di mistero e dichiarava di avere cento anni.
Col passar del tempo questo traguardo rimaneva tuttavia immobile; probabilmente aveva perso il conto delle primavere: non l’ho mai sentita annunciare il giorno del suo compleanno o ricordare qualche significativa ricorrenza della sua vita. Era lunga e sottile, ossuta; aveva la pelle scura, segnata dall’aria e dal sole, elementi naturali coi quali veniva quotidianamente in contatto nei suoi lunghi spostamenti a piedi, per strade bianche, boschi e scorciatoie, su due logore ciabatte nere, chiuse davanti, a proteggere dalla polvere, dalla ghiaia e dagli occhi altrui le calze e i piedi scarni e antichi.
Aveva il pudore della testa: la teneva coperta con una berretta scura lavorata a ferri, o con un fazzoletto di cotone, che lasciavano intravvedere una treccina ancora bruna raccolta sulla nuca. Le mani erano asciutte, legnose; le dita sembravano radici alla vana ricerca d’acqua; con quelle dita sapeva fare i treni, così amava chiamare i suoi sortilegi, e non mancava occasione di mostrare la sua abilità nel congiungere senza sforzo l’indice e il mignolo, dopo essere passata velocemente e senza mala intenzione per la fase dei “corni”. Vestiva un abito scuro, che arrivava a circa venti centimetri da terra. Si cingeva i fianchi con una traversa, sempre la stessa: era la sua seconda sporta perché, infilati i lembi nella cintura, poteva raccogliere in gaia pane, farina bianca o gialla, salsicce, pezzi di salame: variopinta merce in natura per le sue prestazioni magiche.
Portava al dito una vera matta; assieme ai secchi e al paiolo di rame, l’originale era stata donata alla Patria. Dalle orecchie le pendevano due semplici buccole d’oro, abbrunite dal tempo e sintonizzate in tutto con la persona. Se l’aria e il sole le erano connaturali, l’acqua doveva invece esserle estranea: capelli, viso, mani e vesti erano di un unico colore vagamente lucido, ed emanavano un inconfondibile olezzo rancido, di fumo, rimediato con poco esito dall’aroma del basilico, della salvia, del rosmarino, della menta e dell’assenzio che lei con altre misteriose erbe maneggiava per mestiere.
Nessuno ricorda di averla mai vista al lavatoio della fontana, come pure fuori di casa sua non si sono mai notate lenzuola e vesti stese ad asciugare. Fuori casa tuttavia aveva la busa, una depressione del suo orto, di circa due metri quadri, che raccoglieva e custodiva l’acqua piovana destinata agli usi più svariati: fare la minestra, cuocere i decotti e gli infusi quali misteriosi carburanti per i suoi treni, effettuare il pediluvio, rasentare (sì, anche lui!) il boccale da notte.
Viveva sola, al castello, in una casetta di due stanze sovrapposte, affiancata da quel fazzoletto di orto cinto da una rete logora, docile a lasciarsi trapassare dalle erbe e dalle calendule che sulle verdure si prendevano un incontrastato sopravvento. Tanto, lei mangiava poco o niente; non era interessata al cibo, e piuttosto sembrava un ignaro oggetto della provvidenza evangelica: c’era sempre qualcuno che le riforniva la gaia. Il suo menù casalingo era di solito costituito da elementi semplici e minimi: quattro bìgoli, do fasòi, ‘na foia de verda, assunti ovviamente in alternativa. Se invece sceglieva di passare a mezzogiorno dall’osteria, di ritorno dalle sue visite specialistiche domiciliari, poteva contare su un piatto di minestra calda; dopodichè dalla sua gaia uscivano il pane e il companatico da consumare sul posto, assieme all’irrinunciabile generosa tazza di rosso.
Per il vino aveva una considerazione particolare: le dava carica, fantasia, allegria. La rispettabile bevanda ricorreva spesso nelle filastrocche che recitava con estro: "Salute e contentezza, pan senza vezza; vin da tri ani, e on giovanoto da vint’ani”. Oppure: “Parchè on corpo se mantegna, on goto vaga e l’altro vegna!”. E ancora: “Salute! Do goti magnando e do goti bevendo!”.
E offriva da bere a tutti, costringendo più di qualche volta gli amici tapini a sorseggiare dal suo bicchiere. Il patrimonio di proverbi, detti e fatti richiamava attorno a lei incantati spettatori, provenienti soprattutto dai paesi vicini: Barbarano, S.Gottardo, Pozzolo, Grancona, Lonigo. Giungevano a piedi, a depositarle il fardello delle loro disgrazie, malattie o paure. La Checchina aveva un treno per tutti. “Mal de dente? Mi son prudente come el serpente”. E iniziava il rito: si puliva le mani strofinandole sulla traversa, ergeva l’indice ligneo e invitava ad aprire la bocca; individuato il dente mascalzone, lo segnava con una croce, e il paziente si sentiva immediatamente sollevato. “Porta mezzo litro!” – e quello era la ricompensa e la festa da esaurire con gli occasionali presenti. Una donna tutta agitata veniva a cercarla alla Moreieta, in osteria; la chiamava in disparte e le porgeva, tremante, un indefinibile fagottino trovato nel materasso; lontana dagli occhi curiosi e indiscreti degli avventori, la Checchina esaminava l’informe “balòco” duro di penne, un groviglio di misteri che solo a lei si rivelavano a tal punto da farle riconoscere addirittura l'artefice del malefizio.
Tra le “penne”, impossibili da districare, a volte era avvertita la presenza di un chiodo. Chi poteva aver infilato nel materasso o nel guanciale questo tremendo connotato di stregoneria, questo malaugurato striosso? La Checchina mandava a casa la donna rassicurata: tutto sarebbe cessato grazie al suo treno; metteva a bollire il corpo del reato e si dice che la vera colpevole in quel momento fosse assalita da indicibili dolori e corresse urlando come una forsennata dalla Checchina, a supplicarla “per quella cosa…”. L’incantesimo era tolto. Una brava donna si era rivolta alla Checchina per confidarle che il suo figliolo, ormai grande, bagnava ancora il letto. La Checchina si era fatta consegnare un telo di quelli usati per preservare il lenzuolo dall’inconveniente, vi aveva operato sopra il suo treno, e il ragazzo, ignaro dell’intervento, aveva ricuperato la salute.
Dei contadini erano disperati perché di notte i topi operavano insidie cruente sulle mucche, che venivano trovate al mattino con le corna, le unghie e le orecchie devastate. Il parroco don Tamerlini, interpellato, non aveva trovato di meglio che suggerire di responsabilizzare il gatto di casa: senza esito. La Checchina visitò le mucche, le trattò con i suoi preziosi impiastri, e animali e contadini poterono contare per l’avvenire su sonni tranquilli.
Era sera e infuriava il temporale. La Rosina, con passo svelto e leggero, scura come un’emanazione del più grosso nuvolone, era capitata in osteria e si era seduta, affranta, al solito tavolo.
Tornava da Lonigo, dove aveva compiuto tanti treni, ma dove soprattutto le era stato sottoposto il caso più sconvolgente della sua carriera: una polenta intera attraversata da vene di sangue vivo, rosso, che neppure si sognava di coagulare, fortemente ribelle alla legge naturale. Ne aveva estratte alcune fette dalla gaia; effettivamente facevano impressione. A nessuno passò per la testa che potesse trattarsi di una strana combinazione chimica; macchè! Di certo solamente una strega malvagia aveva potuto macchiare un’operazione tanto macabra! Quella volta la Rosina fece il treno nel riserbo della sua cucina affumicata, scura come un antro di rispetto, perché in effetti l’unica fonte di luce erano la porticina di casa ed una finestrella di mezzo metro quadro ricavata accanto al caminetto, sempre fumoso, con un focherello tenuto miracolosamente vivo su poca brace, destinato a far borbottare intrugli in pentolini minimi. Il rimedio rimase un segreto, ma fu efficace e tempestivo, e procurò alla gaia della Checchina ogni bendidìo e, questa volta, anche preziose monete contanti. In paese era vista come il fico dietro casa: un’immagine singolare, ma consueta e trascurabile. I bambini provavano poi nei suoi confronti un sentimento controverso, assunto già con il latte materno. Suscitava interesse, ma c’era chi la evitava accuratamente, perché la strìa poteva fare treni indesiderati. C’era chi alla sua vista metteva immediatamente in atto l’antidoto raccomandato dalla mamma: “Puttana puttana puttana!” mormorava, e il treno non sarebbe partito. Qualche ragazzotto prendeva su di lei la misura della propria impavidità: toccare la strega, e magari tormentarla: toglierle il berretto dal capo con un gesto rapido e furtivo, tirarle i lacci della traversa, o ancora colpirla con un sasso. Lei farfugliava proteste, ma non trascendeva, rassegnata anche agli insulti. Volevo bene a questa creatura misteriosa che ogni giorno recava una brezza di novità nella mia osteria.
Vedendola apparire alla “piazza”, studiavo il suo passo e, quando era a pochi metri dal moraro, le correvo incontro e le balzavo al collo. Forse ero l’unica piccola fonte di affetto che il destino le porgeva: vedova, non madre, poco profeta in patria, stimata e cercata con intento esclusivamente interessato, affascinante narratrice di avventure fiabesche, chi poteva amarla se non un bambino?
Non era strega: sulla sua strada non ha mai creato discordia, ed è passata regalando del bene o almeno una speranza. Ora non è più a Zovencedo: il suo treno ha finito la corsa a Lonigo, dopo il ricovero in quell’ospedale. Se da viva tutti in qualche modo l’hanno incontrata, da morta nessuno l’ha più “vista” per portarle almeno un fiore.

RICORDI DI UN OTTUAGENARIO
Don Carlo il 31 gennaio 1993 ha festeggiato i suoi 45 anni a Zovencedo.
Ecco come lo hanno ricordato alcuni parrocchiani di Valli del Pasubio, paese in cui era stato cappellano durante l’ultima guerra. «I più giovani non lo conoscono, ma noi nati negli anni della fame non lo abbiamo dimenticato. Venuto a Valli come cappellano nel 1938 vi rimase dieci anni, a fianco di mons. Bicego. Soffrì con noi i gravi disagi e gli orrori della guerra, che non gli scalfirono però il suo amore per i giovani e la sana allegria.
Fu promotore della Schola Cantorum e organizzatore teatrale, qualcuno ricorderà la filodrammatica. E’ stato una presenza importante durante la resistenza per la gente di Valli e i giovani desiderosi di libertà. Nel 1948 venne trasferito come parroco a Zovencedo, sui Colli Berici; qui ha donato tutte le sue energie facendo opere spirituali ma anche materiali per il bene comune. Non ha mai dimenticato però i suoi valligiani e nel festeggiare i suoi quarantacinque anni a Zovencedo il 31 gennaio scorso una rappresentanza l’ha voluta con sé». Durante la cerimonia gli è stato consegnato un attestato che ricorda la sua attività durante la guerra 1940-’45. «All’amico, al combattente per la libertà don Carlo Godi, classe 1913, l’ANPI di Vicenza e Grancona consegna l’attestato di “socio onorario” a riconoscimento del contributo dato durante la guerra di liberazione 1943-45. In quel periodo don Carlo Godi svolgeva la sua attività di cappellano a Valli del Pasubio, più volte si prodigò nel portare il conforto spirituale e fattivo alle forze partigiane che operavano nella zona del Pasubio, e nel cercare rifugi per i combattenti, ai quali portava viveri e informazioni utili. Partecipò con i partigiani al disarmo dei 200 brigatisti neri di stanza a Valli del Pasubio. Nel 1948 venne trasferito alla parrocchia di Zovencedo dove tuttora risiede come pensionato; qui da subito si attirò la stima e la simpatia dei cittadini e dei parrocchiani, dimostrando grande sensibilità e amorevolezza nella cura dei bisogni della cittadinanza; infatti fu opera sua la costruzione dell’asilo per i bambini, l’asfaltatura di strade, la luce nelle case, ecc. sempre presente ai richiami della povera gente. Mai dimenticò di aver dato il suo contributo per la libertà e la democrazia…». Non manca un ricordo della festa su “La Voce dei Berici”, a cura di don Negretto, dal titolo “Un abbraccio a don Carlo Godi”. «…A tanti altri meriti, accanto alle immancabili lacune – che sono di tutti, perché “chi fa, falla” – la sua gente gli ha voluto riconoscere quello della fedeltà. E crediamo che non sia poco, coi tempi che corrono. Celebrazioni liturgiche con servizi canori di alcune comunità del nuovo vicariato dei Colli Berici, e altri momenti di festa hanno caratterizzato la giornata, per la quale, da parte del parroco don Giandomenico Tamiozzo, è pervenuto un gradito particolare messaggio dalla Thailandia, dove si trovava a svolgere un servizio a favore dei missionari in rappresentanza della Chiesa italiana. Ma… parlare di Zovencedo, e di don Carlo Godi, porta naturalmente al ricordo di mons. Ernesto Dalla Libera, illustre e innamorato figlio di quella terra. Lo stesso don Carlo deve molto al suo illustre “parrocchiano”. Ce l’ha confidato di recente. Erano gli anni della sua preparazione seminaristica, fatta, come ben si sa, di mete raggiunte e di crisi salutari. “Un mattino mons. Dalla Libera mi disse: vai avanti, Godi! Il tuo entusiasmo per la liturgia e la musica sacra è segno di vocazione al sacerdozio!». Don Carlo, ora monsignore, ospite della casa di riposo di Barbarano, il 21 gennaio 1998, festa di Sant’Agnese, affida alla penna i suoi ricordi. «Oggi con nostalgia penso che 50 anni fa, partendo da Valli del Pasubio, dopo avere ascoltato le confessioni, passando per Barbarano, salivo la collina di Zovencedo, dove la neve mi ha costretto a scendere dal camion. A bracetto della sorella Marcellina finalmente arrivai a Zovencedo, dove trovai il mio predecessore don Antonio Tamerlini piangente che partiva per la Casa del Clero di Rosà. Un giorno storico e quasi drammatico: tutto era tetro, ma il Signore mi diceva: “Le anime hanno bisogno di un pastore!”. Il giorno dopo mi sono prodigato, dopo aver esaminato la situazione, ad organizzare la festa di San Giovanni Bosco, il catechismo e i vari gruppi tanto raccomandati dal Vescovo. C’era tanta povertà, ma altrettanto amore ed entusiasmo da parte di tutti nel seguire le direttive del novello Pastore. Sento il bisogno di ringraziare il Signore per tutte le grazie ricevute in questi 50 anni». Da quando don Carlo è stato collocato a riposo, un unico parroco ha retto le due Comunità di Zovencedo e San Gottardo, e dal 1991 ad oggi si sono già succeduti tre parroci. La medesima situazione si prospetta anche nei paesi vicini, ed è destinata a peggiorare a causa della scarsità di sacerdoti. Si sono inventate nuove organizzazioni, le “unità pastorali”: più sacerdoti sostengono più parrocchie. La gente è smarrita: ha perso la sua guida, il suo pastore. Il vecchio parroco che legge il breviario sul sagrato all’ombra del campanile, che conosce vita e miracoli di ogni suo parrocchiano, che tuona dal pulpito contro gli impenitenti, e al quale la gente si rivolge per un consiglio, anche materiale: questo parroco non esiste più. Ormai dobbiamo prendere atto della nuova realtà: come le nostre famiglie moderne, anche i parroci sono cambiati. Oberati da problemi amministrativi, da incarichi diocesani o da impegni scolastici, devono dividersi tra mille attività. Quanto ci sembrano lontani i tempi in cui un parroco sposava le stesse persone che vent’anni prima aveva battezzato! CRONISTORIA 1948, 21 gennaio, festa di S.Agnese: Don Carlo Godi arriva a Zovencedo come Vicario Economo. 1948, 30 maggio: ingresso ufficiale del nuovo Parroco. 1949: costruzione della “Dorsale dei Berici”; arrivo del telefono a Zovencedo; inizia in locali di fortuna la Scuola Materna “Don Bosco”. 1951-52: corsi di addestramento professionale per muratori: costruzione dell’asilo e della casa del lavoratore. 1953, 10 marzo: Don Antonio Tamerlini muore nella casa di riposo di Rosà. 1953: viene istituito l’Ufficio Postale, con servizio fono-telegrafico. 1955: inaugurazione della luce elettrica; trasferimento del Municipio dalle vecchie scuole alla sede attuale. 1956: allargamento ed ampliamento della “Dorsale dei Berici”. 1957, 17 dicembre: muore a Roma P.Cosma Sartori, già missionario in Cina e professore di diritto canonico. 1958-59: arriva il telefono a San Gottardo. 1958-62: sistemazione e bitumatura della strada dal Bivio al Centro. 1961, 21 giugno: un elicottero americano trasporta la cuspide sul campanile che è stato sopraelevato; il 28 un altro elicottero porterà la croce sulla cuspide. 1961, 26 novembre: inaugurazione dell’acquedotto comunale da parte dell’onorevole Mariano Rumor. 1961-62: costruzione della nuova chiesa di San Gottardo. 1962: costruzione del capannone per la lavorazione della ceramica. 1963, 9 giugno: nozze d’argento sacerdotali di don Carlo Godi (venticinquesimo di sacerdozio). 1968, 5 maggio: duplice ventennio: vent’anni del Parroco a Zovencedo e vent’anni della Scuola Materna. 1980, 13 giugno: muore mons. Ernesto Dalla Libera, il rinnovatore della musica sacra. 1988, 29 maggio: giubileo sacerdotale di don Carlo (cinquantesimo di sacerdozio) e quarant’anni di attività pastorale a Zovencedo. 1989: viene dipinto dal P.Michele Tapparo (Giovanni) il quadro di S.Nicola; in seguito verrà dipinto anche quello di S. Luca. 1991: ingresso del parroco don Giandomenico Tamiozzo. 1993, 9 maggio: Convegno Corale Diocesano a Zovencedo. 1993, 18 settembre: “Che il popolo canti!”. Festa musicale nella “Corte di Calto”. 1994, 29 maggio: Convegno dei cori parrocchiali dei Berici. 1995, 25 dicembre: Don Carlo viene nominato Canonico onorario della Cattedrale, con il titolo di “monsignore”. 1996, 28 luglio: “Musica dei luoghi, musica dei tempi”. 1996, 1 settembre: “Il Gazzo in festa”. 1996, 15 settembre: ingresso del Parroco don Pietro Giuriato. 1996, 19-21 ottobre: esposizione “Maestri della pietra vicentina”. 1997, 14-22 giugno: 2^ Esposizione “Maestri della pietra vicentina”. 22 giugno: Festa dell’emigrante. 1997, 13 dicembre: “Cantate Domino”: incontri musicali. 1998, 7 giugno: Mons. Carlo Godi festeggia con i parrocchiani il 60° di sacerdozio e il 50° della sua venuta a Zovencedo.